giovedì 4 giugno 2009

Primavera promossa


Le pagelle stagionali della Roma Primavera

FRASCA: 8
Superman. A quanti sostengono che non ha il fisico, il portierino giallorosso non poteva rispondere più chiaramente: spesso decisivo, spettacolare ed essenziale allo stesso tempo, si è guadagnato il posto da titolare prima e i complimenti di Buffon poi.
PENA: 6,5
Puntuale. Gli va riconosciuto il grande merito di essersi fatto trovare sempre pronto nonostante si sia visto soffiare il posto da Frasca.
TROBIANI: 6,5
Sorpendente. Partito da riserva di Mladen, si è quindi trovato a giocare con una certa continuità per via dei ripetuti infortuni occorsi al romeno, mostrando segnali di notevole crescita.
MLADEN: 6,5
Incompiuto. Non inganni il voto: Sebastian potrebbe essere fra i migliori - prova ne è la stima di Spalletti che spesso lo ha fatto allenare con i suoi - ma troppo spesso sembra peccare di indecisione. Peccato.
BROSCO: 7,5
Cipressino. Se per larghi tratti della stagione la difesa della Roma è parsa quasi impenetrabile, molto lo si deve a Riccardo. L'intesa perfetta raggiunta con Malomo gli ha permesso di concedersi il lusso di qualche numero per gli amanti dell'estetica.
MALOMO: 7,5
Imperioso. Se di lui si sono accorti non solo Spalletti, ma anche Rocca e Casiraghi, significa che il giocatore c'è. Non lo abbiamo mai visto perdere un contrasto aereo, ha comandato la difesa con un'autorità da veterano. La sfortuna ha voluto che la squadra abbia pagato cari i rari errori che ha commesso.
SINI: 7
Gioventù bruciata. Una personalità fuori dal comune ha lanciato in Primavera questo ragazzo del '92; fisico versatile, il bel Simone si è mosso benissimo sia da terzino sia da stopper. Ha la stoffa del leader e si vede.
CRESCENZI: 8,5
Fuochi d'artifico. Dalla Primavera all'Under 21 passando per la serie A: questa la stagione da sogno del non ancora diciottenne esterno giallorosso. Guardandolo giocare negli ultimi 2 mesi, la sensazione era che fosse di un'altra categoria.
MASSIMO: 6,5
Capitani coraggiosi. Al passo d'addio in categoria (è un '89), il capitano è stato protagonista di una stagione più che postiva, che neanche la frattura al braccio rimediata in allenamento è riuscita a fermare.
BERTOLACCI: 8
L'eleganza del riccio. Ultimo nato fra i centrocampisti made in Trigoria, il piccolo Andrea - che ricorda vagamente Aquilani, ma non ne condivide la velocità - ha dato spettacolo, forte di una gran visione di gioco e di una classe quasi d'altri tempi.
STOIAN: 6,5
Work in progress. Arrivato in autunno, ma tesserato solo a gennaio, il romeno si è gradulamente inserito negli schemi della Roma, dimostrando di gradire maggiormante il 4-1-4-1 con cui si è chiusa la stagione. Sicuramente le potenzialità ci sono, talvolta è mancata un pò la convinzione.
FLORENZI: 8
Starway to heaven. Come cantavano i Led Zeppelin, l'annata del piccolo centrocampista di Vitinia è stata una sorta di anabasi al paradiso. Impressionante la sua crescita tecnica e tattica, maturata sfruttando come meglio non si potrebbe tutte le chance concessegli da De Rossi. Bravissimo, Ale.
TORTOLANO: 6,5
Jolly. De Rossi lo ha impiegato alternativamente come esterno alto a destra o come trequartista, ruolo che è sembrato prediligere. Ordinato, certo non dotato di spunti da numero 10, Emiliano è risultato comunque utilissimo, complici anche le reti decisive che ha messo a segno.
TOVALIERI: 6,5
Guizzante. Pochi gol, ma tanti cross per il figlio d'arte Simone, autore di una stagione di tutto rispetto. Essendo un '90 sarà svincolato a fine anno, starà alla società decidere cosa fare di lui.
PETTINARI: 6,5
Grandi speranze. Dagli Allievi con furore. La mancanza degli esterni titolari gli ha consegnato una maglia in partite decisive come la finale di Coppa Italia; lui ha risposto segnando gol pesantissimi. Lo aspettiamo.
D'ALESSANDRO: 8,5
Too fast, too furious. Di lui si diceva un gran bene da almeno un paio d'anni; giunto al banco di prova della Primavera, il fantasista di Colli Anieni (una delle pochissime ali pure in circolazione)ha dato spettacolo con numeri d'alta scuola eseguiti a una velocità pazzesca. Con un pizzico di fortuna in più avrebbe anche segnato all'esordio in A, rendendo meno amara la notte da incubo contro la Juventus.
MANGANELLI: 6,5
Folletto. Trequartista tascabile, ha alternato prestazioni discrete, ad altre prive di ispirazione, mentre in altre ancora è stato incontenibile, mandando completamente fuori giri le difese avversarie. Ottimo incursore, non gli si può chiedere di lottare da solo contro un centrocampo di marcantoni. Anche per lui si attendono segnali dalla società.
SCARDINA: 8
Devastante. Diciassette anni da compiere e nessuna esitazione a sostenere da solo il peso dell'intero fronte d'attacco. Fisico da centravanti senza per questo rinunciare alla tecnica, ha chiuso la stagione con un bottino di otto gol e - ahimé - un infortunio ai legamenti del ginocchio che gli farà saltare le finali del campionato Allievi. Forza Filippo!
DI STEFANO: 6
Meteora. Protagonista di un brillante inizio di stagione, è stato poi oscurato dalla prepotente irruzione di Scardina. Autore del gol che ha consegnato alla Roma la supremazia cittadina nel derby d'andata, è comunque il secondo miglior attaccante in rosa.
BABBUCCI: 5,5
Occasione sprecata. Nella migliore delle ipotesi potrebbe avere la carriera di Luca Toni; ma deve impegnarsi di più e 'studiare'.
SCIARRA: 5,5
Oggetto misterioso. Lo si è visto pochissimo e ha all'attivo un solo gol. Magari avrà miglior fortuna altrove.
DE ROSSI: 7
Gran maestro. La mano dell'allenatore si vede eccome. Ha portato una squadra che lo scorso agosto tutti davano per scarsa a un passo dall'impresa; i suoi ragazzi sono andati a giocare su campi difficili senza paura e hanno fatto a lungo il gioco migliore del girone C.

mercoledì 3 giugno 2009

Scrutini di fine anno


Le pagelle stagionali

DONI: 5,5
Amnesia. Se la Roma ha incassato la bellezza di 61 reti (solo in campionato) significa che i problemi del reparto difensivo includono anche il portiere. A un'ottima parte centrale della stagione, il brasiliano ha fatto seguire una clamorosa inversione di tendenza, solo in parte spiegabile con l'infortunio al ginocchio che l'ha messo fuori causa da aprile in poi.
ARTUR: 5
Chi? La conferma che oltre che di un portiere, la Roma ha bisogno anche di un secondo portiere.
CASSETTI: 5
Ectoplasma. Tormentato da una sequela di infortuni impressionante, Marco si è ostinantamente rimesso in piedi ogni volta, ma la discontinuità nell'allenamneto non poteva non inficiare sulle sue prestazioni. Cassetti però non è quello di Firenze. Su questo non ci sono dubbi.
MOTTA: 6
Volenteroso. Arrivato a gennaio dopo la messa al bando di Panucci, il capitano dell'under 21 si è subito messo in evidenza per la personalità nell'affrontare tutti gli avversari. Visibilmente calato alla distanza, ha chiuso la stagione dando segnali di un preoccupante calo di concentrazione.
MEXES: 6
Corrente alternata. Il bel Phili ha regalato prestazioni da manuale e altre non all'altezza, giocate con una sufficienza che non è da lui. Da capire quanto possa aver influito la cronica assenza al suo fianco di Juan.
JUAN: 6
Lampi. Per quel che s'è potuto vedere fra un infortunio e l'altro, il capitano carioca non ha demeritato, almeno finché ha avuto Mexes come compagno di reparto. Per il resto, non si può che sospendere il giudizio.
LORIA: 4
Impresentabile. Quello che ha combinato a Udine e Reggio Calabria è roba che neanche i Pulcini (con tutto il rispetto per i Pulcini)
DIAMOUTENE: s.v.
Sorpresa. Nel senso che quando è stato annunciato, i giornalisti presenti a Trigoria non volevano crederci; qualche sporadica apparizione, di lui ricorderemo la preghiera durante i calci di rigore con l'Arsenal.
PANUCCI: 5,5
Bifronte. Se non fosse stato lui a togliere le castagne dal fuoco in più di un'occasione, a quest'ora parleremmo probabilmente di tutt'altra stagione. Pesa la sfuriata dopo Napoli-Roma, peraltro gestita come peggio non si poteva dalla società. Andrà via, chissà se dovremo rimpiangerlo
RIISE: 6,5
Promosso. Dopo qualche comprensibile difficoltà d'inserimento, l'ex Liverpool ha dato un ricco compendio di tutto il suo repertorio, culminato nel terrificante sinistro che ha lasciato secco Dida a S. Siro non più tardi di due settimane fa.
TONETTO: 5
Scarico. Bissare la stagione scorsa era impresa difficile anche per chi avesse qualche anno meno di lui; Spalletti non gli ha mai fatto mancare la fiducia, schierandolo anche quando non era al meglio, ma i risultati sono stati invariabilmente al di sotto delle aspettative.
DE ROSSI: 6,5
Combattente. E' lui l'anima di questa squadra, lui che le conferisce un senso quando sembra che l'abbia smarrito. In una stagione sfortunata, ancora una volta Daniele è fra i pochi a salvarsi; perché se c'è qualcosa da salvare lo si deve a lui.
PIZARRO: 6
Prezioso. Inizio di stagione tremebondo, il Peq è stato spesso invocato come il salvatore della patria. Il suo è stato comunque un contributo costante, sebbene i cambiamenti di modulo varati nel corso dell'anno gli abbiano ritagliato ruoli di volta in volta differenti.
AQUILANI: s.v.
Daje Albe'
BRIGHI: 7
Rivelazione. E chi se l'aspettava che l'unico romagnolo atipico in circolazione finisse per trasformarsi nel protagonista della cavalcata che fra novembre e metà febbraio ha fatto sognare una rimonta impossibile?
PERROTTA: 6-
Altalenante. Di lui si parla malissimo ('non gioca più dai Mondiali'), a nostro avviso sbagliando. Non è stata certo l'annata di SuperSimo, ma il disastro che molti credono di vedere è in realtà figlio del fatto che il suo gioco riesce a essere efficace solo se la squadra gira a mille. Altrimenti è un gregario.
BAPTISTA: 6
Luci e ombre. Il gol nel derby d'andata non può stravolgere un giudizio complessivo che non va oltre la sufficienza. Era stato preso perché facesse valere il fisico e talvolta è parso più fragile di Menez; anche sul suo rendimento ha pesato una serie non indifferente di infortuni.
TADDEI: 4
Fantasma. Non è Rodrigo quello che abbiamo visto quest'anno.
MENEZ: 5
Rimandato. Ha chiuso alla grande un campionato non all'altezza delle sue credenziali tecniche. L'impressione è che il piccolo Jeremy debba ancora crescere molto (il che non è un male).
TOTTI: 8
Chapeau. A chi lo dava per finito, il capitano ha risposto con una stagione quasi eroica, che l'ha visto lottare per la sua Roma come stesse difendendo quanto di più sacro ci sia. Grazie, Fra.
VUCINIC: 6
Croce e delizia. Ormai lo sappiamo, Mirko è così. Stralunato per natura, ha alternato partite da stropicciarsi gli occhi ad altre indisponenti. Se solo ci credesse di più...
MONTELLA: s.v.
Sfortunato. Molte apparizioni ma pochi minuti giocati per l'Aeroplanino, peraltro non assistito dalla buona sorte quando - come contro il Chievo all'Olimpico - avrebbe meritato il gol.
SPALLETTI: 5,5
Nervoso. Alla metamorfosi tattica con cui ha tratto la Roma fuori dal pantano in cui s'era cacciata a inizio stagione, ha affiancato una serie troppo lunga di sostituzioni sbagliate. Ma l'errore più grosso l'ha fatto all'Emirates: non si poteva affrontare l'Arsenal con quell'atteggiamento e sperare di spuntarla.
TIFOSI: 4
Cercasi pubblico disperatamente. L'ultima partita in cui hanno cantato dal 1' al 90' è stata Roma-Bordeaux, da brividi. Poi una contestazione 'per principio' e un silenzio inquietante quando la squadra avrebbe avuto bisogno di una mano. Bocciati.
DIRIGENZA: 5
Confusionaria. Dalla gestione ridicola del caso-Panucci (non c'è cosa peggiore del ripensamento) alla cronica mancanza di trasparenza nella comunicazione, non possiamo esimerci dal dire che a Trigoria andrebbero riviste tante cose. Questione di stile più che di persone.
VOTO COMPLESSIVO ALLA STAGIONE: 5,5
Mediocritas (sed non aurea). Male nei risultati, male nel gioco - salvo sporadiche occasioni - ci si chiede che fine abbia fatto la Roma che ha dato lezioni di calcio perfino al Real. La mala suerte non ha mai smesso di imperversare, è vero, ma qualche rimpianto resta. Consoliamoci: per certi versi un'annata così è irripetibile.

(a breve le pagelle della Primavera)

martedì 26 maggio 2009

Fallimento o promessa?


Qualcuno farebbe ricorso a una gettonatissima citazione per sintetizzare la stagione della Primavera romanista. Non avendone in simpatia l'artefice, ci asteniamo dal farlo; resta il fatto che la bacheca di Trigoria è ferma al 2005, allo scudetto conquistato a Lecce al termine di un'annata travolgente da quella che più che una squadra sembrava una macchina da guerra. Eppure. Eppure forse mai come quest'anno ci sarebbe motivo di brindare. Perché un gruppo composto in gran parte da ragazzi del '91 non solo se l'è giocata alla pari, ma ha spesso impartito lezioni di calcio a formazioni più esperte. Perché gli stessi giocatori che un'amichevole di fine agosto induceva a ritenere non all'altezza hanno smentito tutti, confermando la bontà della filosofia che ispira le politiche del sottore giovanile giallorosso. Perché infine chi li ha seguiti ha visto formarsi un gruppo dalle potenzialità non ancora del tutto esplorate, ma con una personalità fuori dal comune. E allora è di questo che ci sembra giusto parlare all'indomani di un'eliminazione dalle final eight che ha il sapore di una beffa rispetto a quanto visto nel corso della regular season. La Roma ha incontrato squadroni del calibro di Palermo, Genoa e Juventus, affrontandole senza paura, arrivando a sfiorare l'impresa a Marassi in finale di Coppa Italia. Sembrava fatta, è andata male. Peccato, ma che spettacolo il cammino per giungere fin lì.
E che giocatori. A cominciare dal portiere, Superman Frasca che tante volte ha salvato il risultato sfoderando parate da manuale del calcio, tanto per dimostrare che fra i pali il coraggio può sopperire alla statura. E poi la grande rivelazione della stagione, Alessandro Crescenzi, fisico e grinta da serie A, non per niente il primo ad assaggiarla contro la Samp a Genova. Per non dire di Marco D'Alessandro, forse il migliore di tutti, certo baciato da un talento vero che unisce numeri d'alta scuola a una progressione che lascia puntualmente lì i difensori altrui. Pronto per il grande salto? Chissà. Premio speciale della critica ad Andrea Bertolacci, ultimo nato della dinastia dei centrocampisti giallorossi: gran visione di gioco e una classe quasi d'altri tempi. Se ancora non bastasse per convincersi dello straordinario lavoro fatto da Alberto De Rossi e dai suoi collaboratori, si pensi alla crescita esponenziale di cui si è reso protagonista Alessandro Florenzi. Partito dalla panchina, il piccolo centrocampista di Vitinia ha saputo sfruttare come meglio non poteva tutte le occasioni concessegli dall'allenatore, per poi chiudere la stagione da titolare e con un bottino di sei reti messe a segno.
Questo deve fare un settore giovanile. Formare i giocatori più che inseguire il risultato per mettere trofei in bacheca. Casi come quello di Florenzi valgono più di uno scudetto. Che - ci sentiamo di dire - quest'anno non è arrivato, ma viste le premesse non tarderà molto a fare ritorno a Trigoria.

mercoledì 20 maggio 2009

Fondi, Mills e un Paese normale

In un Paese normale non verrebbe approvata una legge che blocca i processi per capi d’accusa con pene inferiori ai dieci anni in modo da avere il tempo di far entrare in vigore un’altra legge che sancisce la completa immunità delle quattro più alte cariche dello Stato, stralciando il nome del Presidente del Consiglio da una sentenza di condanna per corruzione in atti d’ufficio. In un Paese normale a fare notizia sarebbe il nome del corruttore, prima ancora che quello del corrotto e gli organi di stampa si guarderebbero dal riportare il fatto alla stregua della mera opinione di una commissione giudicante, chiudendo i servizi televisivi con le dichiarazioni di esponenti del partito di maggioranza che assicurano la loro solidarietà al povero premier, vittima di un ignobile complotto. In un Paese normale un capo del governo di cui fosse accertata la colpevolezza in reati di corruzione lascerebbe la carica all’istante anziché invitare i giornali a vergognarsi e lamentare un accerchiamento a opera della magistratura e dei mezzi d’informazione (di cui peraltro detiene in buona parte la proprietà).

Ma in un Paese normale probabilmente dopo che non una, ma due commissioni d’accesso appositamente nominate, dalla Prefettura l’una, dal Ministero degll’interno l’altra, abbiano accertato l’esistenza di infiltrazioni mafiose in seno a un consiglio comunale, come chiarito da una dettagliata relazione a firma del Prefetto, e che lo stesso Ministro dell’interno abbia confermato l’esistenza degli estremi previsti dalla legge per lo scioglimento di detto comune, il governo procederebbe senza indugi all’adozione di un provvedimento volto a estirpare il cancro della mafia dall’amministrazione pubblica. In un Paese normale non dovremmo assistere alla ridicola scena di un capo del Viminale che di fronte al Parlamento ammette la necessità di dare seguito alla richiesta di scioglimento del comune, ma rimanda la decisione ultima ai “tempi del governo, non certo a quelli del Ministero dell’interno”.

In un Paese normale non si lascerebbe che una zona nevralgica per una congerie di interessi milionari sfugga ai meccanismi di controllo e diventi terreno di scontro per i regolamenti di conti fra i clan criminali e i loro referenti politici in prossimità delle elezioni amministrative. Perché in un Paese normale il capo del governo non procederebbe alla sistematica delegittimazione dell’attività della magistratura e dunque ciò non si riprodurrebbe in piccolo a livello delle amministrazioni locali, che non si sentirebbero autorizzate a smentire quel che tutti – dai procuratori al Prefetto – denunciano da tempo e non si porrebbe neanche un problema di sopravvivenza della democrazia in quelle zone.

In un Paese normale, certo. Non nel nostro.

mercoledì 1 aprile 2009

Racconto e memoria. Una chiacchierata con Sandro Portelli

L'eccidio delle Fosse Ardeatine rappresenta una vicenda problematica
sotto molteplici aspetti: storico e sociale, ma anche mediatico e
storiografico. Ne parliamo con Sandro Portelli, autore del libro
"L'ordine è già stato eseguito", vincitore del Premio Viareggio 2000.

Professor Portelli, ad essere chiamato in causa nell'episodio delle Fosse Ardeatine è innanzitutto il concetto di verità, perché alla realtà dei fatti - l'attentato, la rappresaglia - si sovrappone la mistificazione - il presunto manifesto che invitava i partigiani a
presentarsi. Cosa succede allo statuto della verità storiografica?

"La verità fa problema perché accanto a quella vera ce n'è un'altra ed
è quella del falso. E' vero che si è diffusa la convinzione che il
manifesto fosse stato affisso, ma ciò non toglie che le prove dicano
che così non è stato. Gli stessi vertici del comando nazista hanno
ammesso che i partigiani non furono mai invitati a consegnarsi, che non
vi fu alcun avvertimento della rappresaglia: che interesse avrebbero
avuto a mentire? I fatti ci dicono che le cose andarono così e per
quanto una credenza possa essere diffusa e consolidata, il suo valore è
nullo di fronte alla realtà dei fatti. Il manifesto è nient'altro che
una leggenda metropolitana, anche se quando usai per la prima volta
quest'espressione mi si accusò di banalizzare. In realtà essa va
compresa nel suo significato autentico: una leggenda che nasce e si
consolida nella città e che risponde all'esigenza di dare un senso
all'assurdo. La risposta dei nazisti all'attentato - 10 italiani per
ciascun tedesco ucciso - è talmente spropositata, talmente irrazionale
e assurda, da ammettere due possibili reazioni: o l'ammissione della
sua assurdità, una sorta di ammutolimento davanti all'orrore, o il
tentativo di razionalizzazione, di dare una spiegazione che in qualche
modo renda conto dell'orrore, lo inquadri nel circuito giuridico del
delitto e del castigo. Ed è precisamente così che opera una leggenda,
creando un racconto che spieghi ciò che non ha spiegazione. Ma quando
la leggenda non è più suscettibile di modifica, quando si è talmente
consolidata da non ammettere di essere rettificata neanche
dall'evidenza dei fatti, allora vuol dire che è diventata un mito.
Contro il mito non c'è verità empiricamente dimostrata che tenga. Ecco,
quello che succede nella vicenda delle Fosse Ardeatine è esattamente il
passaggio da leggenda a mito. E' come con la fede: ci possono essere
tutte le prove possibili del fatto che Cristo non sia risorto, ma la
necessità di credere che sia vero le spazza via tutte, è troppo più
forte."

In questo senso può aver giocato un ruolo decisivo il linguaggio? Tanto nel proclama che annunciava l'avvenuta esecuzione della rappresaglia quanto nell'editoriale dell'Osservatore Romano compaiono termini a
forte coloritura religiosa.

"Nell'editoriale si parla di 'persone sacrificate', un'espresione
agghiacciante se si pensa che il 'sacrificio' è letteralmente l'atto di
rendere sacro qualcosa. In realtà più che propriamente religioso, lo
sfondo su cui si muovono entrambi i testi è quello giuridico: il
sacrificio ha ristabilito l'ordine che l'attentato aveva sconvolto.
Attenzione, perché l'uso di un simile lessico implica la stessa logica del 'martire' e dell' 'Olocausto'. Questa è una questione per la quale
mi batto da anni senza risultati. Lo sa quand'è che in Italia abbiamo
cominciato a parlare di 'olocausto'? Dopo che negli Stati Uniti fu
prodotta la serie televisiva 'Holocaust'; ma in inglese 'holocaust' non
significa 'olocausto', bensì 'tragedia, devastazione' e traduce
piuttosto l'ebraico 'shoah'. La dimensione del sacrificio è
completamente estranea a questi termini; come spesso accade, ci
serviamo si una traduzione sbagliata e finiamo per non comprendere il
senso autentico di una parola.
Tornando all'Osservatore Romano, al di là del portato cristologico che
sta dietro a questa semantica, l'inquadramento della vicenda entro una
logica sacrificale ha l'intento di dare un senso a ciò che
apparentemente non ce l'ha. In realtà l'azione dei nazisti rispondeva a
una precisa strategia: terrorizzare Roma per impedire qualsiasi
tentativo di insurrezione. Le Fosse Ardeatine erano un messaggio per la
città."

E cosa successe in città dopo il 24 marzo? La strategia funzionò?
"Funzionò alla perfezione: da un lato ebbe l'effetto di provocare
divisioni in seno ai comitati di resistenza, dall'altro rallentò il
flusso di convogli militari a Roma, il che fece sì che i bombardamenti
diminuirono. [sorride] Se sono vivo lo devo a questo...
Bisogna comunque dire che Roma non collaborò mai. Mai. Roma sopravvisse
a un'occupazione che sarebbe potuta finire prima se gli Alleati non si
fossero bloccati [sulla linea Gustav, vicino a Cassino, ndr] anche per
via di quella sorta di ansia del 'chi arriva primo a Roma' che s'era
diffusa fra i comandanti alleati. I Romani erano reduci da un inverno
terribile e quella delle Fosse Ardeatine non era la prima rappresaglia
nazista. C'era stato il rastrellamento del Ghetto, di lì a poco ci
sarebbe stato quello del Quadraro, poi la fucilazione a La Storta.
Insomma, Roma resisteva sopravvivendo perché molto spesso era la stessa
sopravvivenza a costutuire un atto di resistenza e il confine fra le
due cose era estremamente labile."

Nell'introduzione al suo libro, Lei pone l'accento sul racconto come
enunciato, sorta di atto che interviene sulla realtà. Quale tipo di
memoria può rispondere a quest'esigenza?

"Intanto è bene che si continuino a deporre corone commemorative alle
Fosse Ardeatine, al Portico d'Ottavia eccetera. Poi è chiaro che
l'unico modo per tenere davvero in vita la memoria è impegnarci ogni
giorno nella vita della democrazia con gli strumenti che abbiamo a
disposizione. E' per questo che mi fa uno strano effetto quando sento
uno come Fini, che pure è una persona intelligente, che da una parte
riconosce la verità sulle Fosse Ardeatine e l'esigenza di ricordare
quella vicenda, ma dall'altra parla di cambiare la Costituzione in
senso presidenziale. E' vero che in Francia il presidenzialismo è nato
con De Gaulle che era capo della resistenza ma insomma..."

Ascolto e testimonianza sono due momenti che si coimplicano. Come fare oggi a tenere vivo l'ascolto?
"L'ascolto presuppone unattenzione che purtroppo si tende a perdere. Se
ci fa caso, la maggior parte dei programmi televisivi presuppongono una
soglia dell'attenzione molto bassa se non nulla. Dovrebbe essere la
scuola a educare all'attenzione, ma non sempre lo fa. In questo senso è
fondamentale la narrazione orale, cui deve corrispondele la
disponibilità a stare ad ascolatare. E' uscito da poco un libro, si
intitola 'Uno fra i tanti", che parla di Orlando, un ragazzo morto alle
Fosse Ardeatine. Aveva 17 anni ed era un partigiano. Io non dico che i
nostri diciassettenni debbano fare i partigiani, per carità, ma almeno
avere la disponibilità all'attenzione per rendersi protagonisti e non
meri spettatori della memoria, questo sì. E' vero che i testimoni
diretti tra poco non ci sarano più, ma ci siamo noi; e se sapremo
ascolatre e poi renderci protagonisti con le nostre azioni, allora
saremo noi i testimoni."

Dal suo libro è stato tratto lo spettacolo di Ascanio Celestini, 'Radio Clandestina'. Che ne pensa?
"Fantastico. Innanzitutto però bisogna dire che il suo spettacolo non è
tratto, bensì ispirato al libro perché non riporta parola per parola
quello che c'è scritto, ma costituisce un'opera d'arte del tutto
autonoma. E si può dire che sicuramente ha avuto il merito di arrivare
molto più del libro, che pure è stato tradotto e ha ispirato ballate e
altri generi letterari. Ecco, se proprio si vuole ricercare il successo
del mio libro, credo sia nel fatto che ha dato origine a tanti altri
racconti."

martedì 24 marzo 2009

A proposito di Abete...

'Talvolta ebbi a pentirmi d'aver parlato, giammai d'aver taciuto.'
E' evidente che il detto ciceroniano non riscuote più i successi di un tempo, come ampiamente dimostra l'infinita sequela di occasioni di restare in silenzio che Mourinho - ma non solo lui - si lascia sfuggire. Si potrebbe fare un appunto all'apparato mediatico che da quand'è arrivato lo ha assunto quale sorgente di Verità, divenendone l'indiscusso portavoce, sorta di acritico megafono votato all'amplificazione di ogni respiro del tecnico portoghese; ma non è questa la sede.
Quel che invece vale la pena sottolineare è il bizzarro ma forse calcolato fenomeno per cui l'ennesima dichiarazione mourinhiana, sensazionale quanto maleducata, ha avuto l'effetto di far passare del tutto sotto silenzio la rielezione alla presidenza della Federcalcio di Giancarlo Abete, con il 98% di voti a favore. Praticamente un plebiscito. Di fronte cronisti presenti in via Allegri il neoconfemato presidente ha subito regalato un'affermazione niente male: "La nostra Federazione ha recuperato tutta la sua credibilità". Curiosa asserzione, non c'è che dire.
Giugno 2006, l'inchiesta dei pm di Napoli solleva il velo di Maya (un velo già un pò logoro, per la verità) che occulta la gestione mafiosa degli ultimi 2 campionati; l'Italia di Lippi risponde sul campo al fango che le piove addosso, mentre la stampa accreditata si divide fra Duisburg e la cronaca giudiziaria proveniente da Roma. Il presidente fderale Carraro, travolto dallo scandalo, si dimette (il che in un Paese come il nostro è una notiziona), la Figc viene commissariata; Abete, dirigente accompagnatore della Nazionale, assolve al suo ruolo di parafulmine con stolida ottusità. Senonché, la maxi-squalifica comminata a De Rossi dopo i 5 minuti di ordinaria follia contro gli Usa (gomitata a McBride, sangue ecc.)impone l'intervento della Federazione. Non si poteva lasciare solo un ragazzo di 22 anni. Di fatto, è quello che accadde. Si ritenne sufficiente fargli firmare frettolosamente una lettera di scuse, senza curarsi del massacro mediatico cui il giocatore fu esposto e che avrebbe probabilmente schiantato chiunque non avesse il suo carattere. Ma quel che è peggio è che le 4 giornate di squalifica inflitte a De Rossi furono salutate da Abete come un successo della Figc (!?). Un giocatore distrutto, una sanzione pesantissima, e secondo lui avremmo anche dovuto profonderci in ringraziamenti.
Poi le cose andarono come sappiamo e la vicenda è passata in secondo piano. Ma allora, caro Abete, che senso ha dire che oggi la Federazione è solida se allora ottenne un incredibile successo diplomatico?
Come si fa a non considerare fuori luogo simile autocelebrazione quando neanche 6 mesi fa l'Uefa ci ha negato l'organizzazione degli Eurpoei 2012 per assegnarli a Polonia e Ucraina, non esattamente 2 potenze?
Quesiti inevasi, risposte mancate. D'altronde i giornalisti sono troppo occupati con l'ultimo virgolettato di Mourinho.

venerdì 13 marzo 2009

Pakistan, la galassia separatista

Il sequestro Solecki ha riportato alla ribalta la questione delle spinte separatiste presenti in territorio pakistano, nella fattispecie quelle radicate nella regione del Belucistan, situata nella parte sud-occidentale del Paese. Le controversie relative a quest'area affondano le loro radici alla fine del XIX secolo, quando l'istituzione della linea Durand divise le tribù di etnia beluci e pashtun stanziate in Afghanistan da quelle che vivevano in quello che in seguito sarebbe diventato il Pakistan. Dal 1947 le tensioni con l'Afghanistan hanno dato luogo a incidenti lungo il confine, anche se la crisi più grave è da situarsi tra 1961 e '63 con l'interruzione delle realazioni diplomatiche e commerciali tra i due stati. In quegli stessi anni si viene formando il primo movimento per l'indipendenza beluci, il Baluchistan Liberation Front (BLF), sotto la direzione di Jumma Kahn Marri, che svolge un ruolo di primo piano durante la crisi culminata nella rivolta armata del 1973. Condotta con l'appoggio iraqeno e duramente repressa dal governo guidato da Bhutto, l'insurrezione costò la vita a circa 15.000 civili, mentre i combattenti del BLF sopravvisuuti ripararono in Afghanistan, dove l'Iraq e l'URSS aiutarono in Fronte a riorganizzarsi. E sempre nel corso delle rivolte armate degli anni Settanta che nascono una serie di movimenti paralleli e più o meno direttamente collegati all'Unione Sovietica, alcuni dei quali, come il BLA (Baluchistan Liberation Army) ritenuti essere movimenti terroristici responsabili di numerosi attentati.

A complicare ulteriormente un quadro già piuttosto torbido, ecco il sinora sconosciuto Fronte Unito per la Liberazione del Belucistan (BLUF), dal quale provengono i sequestratori di John Solecki, che presenta più di un'anomalia. Innanzitutto la presa di distanza di tutti i leader dei principali movimenti separatisti, subito intervenuti per allontanare da sé qualsiasi sospetto di corresponsabilità; in secondo luogo la strategia del negoziato, che ha rifiutato ogni contatto con le Nazioni Unite, l'organizzazione per cui Solecki lavora. Elementi questi che hanno indotto a pensare che dietro la vicenda vi sia il coinvolgimento dei Talebani, interessati a gettare discredito sul nazionalismo beluci.

Il Belucistan è la più estesa fra le quattro province amministrative in cui è suddiviso il Pakistan e da quasi quarant'anni è teatro di conflitti per le risorse naturali che ospita, soprattutto gas e giacimenti minerari. Un altro motivo di tensione è la presenza in territorio beluci dell'importante oleodotto che risale dal porto di Gwadar sull'oceano indiano. Dal 2004 a oggi centinaia di persone sono morte nelle violenze divampate nel corso della ribellione separatista del Belucistan, ultimo atto di un conflitto destinato a riaffiorare periodicamente.