mercoledì 1 aprile 2009

Racconto e memoria. Una chiacchierata con Sandro Portelli

L'eccidio delle Fosse Ardeatine rappresenta una vicenda problematica
sotto molteplici aspetti: storico e sociale, ma anche mediatico e
storiografico. Ne parliamo con Sandro Portelli, autore del libro
"L'ordine è già stato eseguito", vincitore del Premio Viareggio 2000.

Professor Portelli, ad essere chiamato in causa nell'episodio delle Fosse Ardeatine è innanzitutto il concetto di verità, perché alla realtà dei fatti - l'attentato, la rappresaglia - si sovrappone la mistificazione - il presunto manifesto che invitava i partigiani a
presentarsi. Cosa succede allo statuto della verità storiografica?

"La verità fa problema perché accanto a quella vera ce n'è un'altra ed
è quella del falso. E' vero che si è diffusa la convinzione che il
manifesto fosse stato affisso, ma ciò non toglie che le prove dicano
che così non è stato. Gli stessi vertici del comando nazista hanno
ammesso che i partigiani non furono mai invitati a consegnarsi, che non
vi fu alcun avvertimento della rappresaglia: che interesse avrebbero
avuto a mentire? I fatti ci dicono che le cose andarono così e per
quanto una credenza possa essere diffusa e consolidata, il suo valore è
nullo di fronte alla realtà dei fatti. Il manifesto è nient'altro che
una leggenda metropolitana, anche se quando usai per la prima volta
quest'espressione mi si accusò di banalizzare. In realtà essa va
compresa nel suo significato autentico: una leggenda che nasce e si
consolida nella città e che risponde all'esigenza di dare un senso
all'assurdo. La risposta dei nazisti all'attentato - 10 italiani per
ciascun tedesco ucciso - è talmente spropositata, talmente irrazionale
e assurda, da ammettere due possibili reazioni: o l'ammissione della
sua assurdità, una sorta di ammutolimento davanti all'orrore, o il
tentativo di razionalizzazione, di dare una spiegazione che in qualche
modo renda conto dell'orrore, lo inquadri nel circuito giuridico del
delitto e del castigo. Ed è precisamente così che opera una leggenda,
creando un racconto che spieghi ciò che non ha spiegazione. Ma quando
la leggenda non è più suscettibile di modifica, quando si è talmente
consolidata da non ammettere di essere rettificata neanche
dall'evidenza dei fatti, allora vuol dire che è diventata un mito.
Contro il mito non c'è verità empiricamente dimostrata che tenga. Ecco,
quello che succede nella vicenda delle Fosse Ardeatine è esattamente il
passaggio da leggenda a mito. E' come con la fede: ci possono essere
tutte le prove possibili del fatto che Cristo non sia risorto, ma la
necessità di credere che sia vero le spazza via tutte, è troppo più
forte."

In questo senso può aver giocato un ruolo decisivo il linguaggio? Tanto nel proclama che annunciava l'avvenuta esecuzione della rappresaglia quanto nell'editoriale dell'Osservatore Romano compaiono termini a
forte coloritura religiosa.

"Nell'editoriale si parla di 'persone sacrificate', un'espresione
agghiacciante se si pensa che il 'sacrificio' è letteralmente l'atto di
rendere sacro qualcosa. In realtà più che propriamente religioso, lo
sfondo su cui si muovono entrambi i testi è quello giuridico: il
sacrificio ha ristabilito l'ordine che l'attentato aveva sconvolto.
Attenzione, perché l'uso di un simile lessico implica la stessa logica del 'martire' e dell' 'Olocausto'. Questa è una questione per la quale
mi batto da anni senza risultati. Lo sa quand'è che in Italia abbiamo
cominciato a parlare di 'olocausto'? Dopo che negli Stati Uniti fu
prodotta la serie televisiva 'Holocaust'; ma in inglese 'holocaust' non
significa 'olocausto', bensì 'tragedia, devastazione' e traduce
piuttosto l'ebraico 'shoah'. La dimensione del sacrificio è
completamente estranea a questi termini; come spesso accade, ci
serviamo si una traduzione sbagliata e finiamo per non comprendere il
senso autentico di una parola.
Tornando all'Osservatore Romano, al di là del portato cristologico che
sta dietro a questa semantica, l'inquadramento della vicenda entro una
logica sacrificale ha l'intento di dare un senso a ciò che
apparentemente non ce l'ha. In realtà l'azione dei nazisti rispondeva a
una precisa strategia: terrorizzare Roma per impedire qualsiasi
tentativo di insurrezione. Le Fosse Ardeatine erano un messaggio per la
città."

E cosa successe in città dopo il 24 marzo? La strategia funzionò?
"Funzionò alla perfezione: da un lato ebbe l'effetto di provocare
divisioni in seno ai comitati di resistenza, dall'altro rallentò il
flusso di convogli militari a Roma, il che fece sì che i bombardamenti
diminuirono. [sorride] Se sono vivo lo devo a questo...
Bisogna comunque dire che Roma non collaborò mai. Mai. Roma sopravvisse
a un'occupazione che sarebbe potuta finire prima se gli Alleati non si
fossero bloccati [sulla linea Gustav, vicino a Cassino, ndr] anche per
via di quella sorta di ansia del 'chi arriva primo a Roma' che s'era
diffusa fra i comandanti alleati. I Romani erano reduci da un inverno
terribile e quella delle Fosse Ardeatine non era la prima rappresaglia
nazista. C'era stato il rastrellamento del Ghetto, di lì a poco ci
sarebbe stato quello del Quadraro, poi la fucilazione a La Storta.
Insomma, Roma resisteva sopravvivendo perché molto spesso era la stessa
sopravvivenza a costutuire un atto di resistenza e il confine fra le
due cose era estremamente labile."

Nell'introduzione al suo libro, Lei pone l'accento sul racconto come
enunciato, sorta di atto che interviene sulla realtà. Quale tipo di
memoria può rispondere a quest'esigenza?

"Intanto è bene che si continuino a deporre corone commemorative alle
Fosse Ardeatine, al Portico d'Ottavia eccetera. Poi è chiaro che
l'unico modo per tenere davvero in vita la memoria è impegnarci ogni
giorno nella vita della democrazia con gli strumenti che abbiamo a
disposizione. E' per questo che mi fa uno strano effetto quando sento
uno come Fini, che pure è una persona intelligente, che da una parte
riconosce la verità sulle Fosse Ardeatine e l'esigenza di ricordare
quella vicenda, ma dall'altra parla di cambiare la Costituzione in
senso presidenziale. E' vero che in Francia il presidenzialismo è nato
con De Gaulle che era capo della resistenza ma insomma..."

Ascolto e testimonianza sono due momenti che si coimplicano. Come fare oggi a tenere vivo l'ascolto?
"L'ascolto presuppone unattenzione che purtroppo si tende a perdere. Se
ci fa caso, la maggior parte dei programmi televisivi presuppongono una
soglia dell'attenzione molto bassa se non nulla. Dovrebbe essere la
scuola a educare all'attenzione, ma non sempre lo fa. In questo senso è
fondamentale la narrazione orale, cui deve corrispondele la
disponibilità a stare ad ascolatare. E' uscito da poco un libro, si
intitola 'Uno fra i tanti", che parla di Orlando, un ragazzo morto alle
Fosse Ardeatine. Aveva 17 anni ed era un partigiano. Io non dico che i
nostri diciassettenni debbano fare i partigiani, per carità, ma almeno
avere la disponibilità all'attenzione per rendersi protagonisti e non
meri spettatori della memoria, questo sì. E' vero che i testimoni
diretti tra poco non ci sarano più, ma ci siamo noi; e se sapremo
ascolatre e poi renderci protagonisti con le nostre azioni, allora
saremo noi i testimoni."

Dal suo libro è stato tratto lo spettacolo di Ascanio Celestini, 'Radio Clandestina'. Che ne pensa?
"Fantastico. Innanzitutto però bisogna dire che il suo spettacolo non è
tratto, bensì ispirato al libro perché non riporta parola per parola
quello che c'è scritto, ma costituisce un'opera d'arte del tutto
autonoma. E si può dire che sicuramente ha avuto il merito di arrivare
molto più del libro, che pure è stato tradotto e ha ispirato ballate e
altri generi letterari. Ecco, se proprio si vuole ricercare il successo
del mio libro, credo sia nel fatto che ha dato origine a tanti altri
racconti."