In un Paese normale non verrebbe approvata una legge che blocca i processi per capi d’accusa con pene inferiori ai dieci anni in modo da avere il tempo di far entrare in vigore un’altra legge che sancisce la completa immunità delle quattro più alte cariche dello Stato, stralciando il nome del Presidente del Consiglio da una sentenza di condanna per corruzione in atti d’ufficio. In un Paese normale a fare notizia sarebbe il nome del corruttore, prima ancora che quello del corrotto e gli organi di stampa si guarderebbero dal riportare il fatto alla stregua della mera opinione di una commissione giudicante, chiudendo i servizi televisivi con le dichiarazioni di esponenti del partito di maggioranza che assicurano la loro solidarietà al povero premier, vittima di un ignobile complotto. In un Paese normale un capo del governo di cui fosse accertata la colpevolezza in reati di corruzione lascerebbe la carica all’istante anziché invitare i giornali a vergognarsi e lamentare un accerchiamento a opera della magistratura e dei mezzi d’informazione (di cui peraltro detiene in buona parte la proprietà).
Ma in un Paese normale probabilmente dopo che non una, ma due commissioni d’accesso appositamente nominate, dalla Prefettura l’una, dal Ministero degll’interno l’altra, abbiano accertato l’esistenza di infiltrazioni mafiose in seno a un consiglio comunale, come chiarito da una dettagliata relazione a firma del Prefetto, e che lo stesso Ministro dell’interno abbia confermato l’esistenza degli estremi previsti dalla legge per lo scioglimento di detto comune, il governo procederebbe senza indugi all’adozione di un provvedimento volto a estirpare il cancro della mafia dall’amministrazione pubblica. In un Paese normale non dovremmo assistere alla ridicola scena di un capo del Viminale che di fronte al Parlamento ammette la necessità di dare seguito alla richiesta di scioglimento del comune, ma rimanda la decisione ultima ai “tempi del governo, non certo a quelli del Ministero dell’interno”.
In un Paese normale non si lascerebbe che una zona nevralgica per una congerie di interessi milionari sfugga ai meccanismi di controllo e diventi terreno di scontro per i regolamenti di conti fra i clan criminali e i loro referenti politici in prossimità delle elezioni amministrative. Perché in un Paese normale il capo del governo non procederebbe alla sistematica delegittimazione dell’attività della magistratura e dunque ciò non si riprodurrebbe in piccolo a livello delle amministrazioni locali, che non si sentirebbero autorizzate a smentire quel che tutti – dai procuratori al Prefetto – denunciano da tempo e non si porrebbe neanche un problema di sopravvivenza della democrazia in quelle zone.
In un Paese normale, certo. Non nel nostro.
Buon Viaggio all'Eden caro Sam
1 settimana fa
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