
Qualcuno farebbe ricorso a una gettonatissima citazione per sintetizzare la stagione della Primavera romanista. Non avendone in simpatia l'artefice, ci asteniamo dal farlo; resta il fatto che la bacheca di Trigoria è ferma al 2005, allo scudetto conquistato a Lecce al termine di un'annata travolgente da quella che più che una squadra sembrava una macchina da guerra. Eppure. Eppure forse mai come quest'anno ci sarebbe motivo di brindare. Perché un gruppo composto in gran parte da ragazzi del '91 non solo se l'è giocata alla pari, ma ha spesso impartito lezioni di calcio a formazioni più esperte. Perché gli stessi giocatori che un'amichevole di fine agosto induceva a ritenere non all'altezza hanno smentito tutti, confermando la bontà della filosofia che ispira le politiche del sottore giovanile giallorosso. Perché infine chi li ha seguiti ha visto formarsi un gruppo dalle potenzialità non ancora del tutto esplorate, ma con una personalità fuori dal comune. E allora è di questo che ci sembra giusto parlare all'indomani di un'eliminazione dalle final eight che ha il sapore di una beffa rispetto a quanto visto nel corso della regular season. La Roma ha incontrato squadroni del calibro di Palermo, Genoa e Juventus, affrontandole senza paura, arrivando a sfiorare l'impresa a Marassi in finale di Coppa Italia. Sembrava fatta, è andata male. Peccato, ma che spettacolo il cammino per giungere fin lì.
E che giocatori. A cominciare dal portiere, Superman Frasca che tante volte ha salvato il risultato sfoderando parate da manuale del calcio, tanto per dimostrare che fra i pali il coraggio può sopperire alla statura. E poi la grande rivelazione della stagione, Alessandro Crescenzi, fisico e grinta da serie A, non per niente il primo ad assaggiarla contro la Samp a Genova. Per non dire di Marco D'Alessandro, forse il migliore di tutti, certo baciato da un talento vero che unisce numeri d'alta scuola a una progressione che lascia puntualmente lì i difensori altrui. Pronto per il grande salto? Chissà. Premio speciale della critica ad Andrea Bertolacci, ultimo nato della dinastia dei centrocampisti giallorossi: gran visione di gioco e una classe quasi d'altri tempi. Se ancora non bastasse per convincersi dello straordinario lavoro fatto da Alberto De Rossi e dai suoi collaboratori, si pensi alla crescita esponenziale di cui si è reso protagonista Alessandro Florenzi. Partito dalla panchina, il piccolo centrocampista di Vitinia ha saputo sfruttare come meglio non poteva tutte le occasioni concessegli dall'allenatore, per poi chiudere la stagione da titolare e con un bottino di sei reti messe a segno.
Questo deve fare un settore giovanile. Formare i giocatori più che inseguire il risultato per mettere trofei in bacheca. Casi come quello di Florenzi valgono più di uno scudetto. Che - ci sentiamo di dire - quest'anno non è arrivato, ma viste le premesse non tarderà molto a fare ritorno a Trigoria.
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